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lunedì 5 gennaio 2026
Di Avv, Gianni Dell'Aiuto

Per molto tempo l’idea di fornitore è stata chiara e rassicurante. Era colui che consegnava un bene o un servizio, quasi sempre visibile, tangibile, quantificabile. Il cliente, dall’altra parte, era l’ultimo anello della catena: colui che riceveva, pagava e chiudeva il ciclo produttivo. Il rapporto era lineare, un flusso unidirezionale di merci, denaro e responsabilità. Oggi quella linearità non esiste più.
L’economia digitale ha cancellato le distanze e ha confuso i ruoli. Il cliente non è più soltanto destinatario del prodotto ultimo, ma parte attiva di una rete di scambio continuo dove ogni gesto produce informazioni. Un clic, una recensione, un acquisto online, persino il tempo trascorso su una pagina web diventano dati che raccontano comportamenti, preferenze e tendenze. Un tempo servivano indagini di mercato e sondaggi per capire i gusti dei consumatori; oggi basta osservare i flussi informativi che arrivano in tempo reale, senza nemmeno chiederli.
In questa nuova realtà il confine tra cliente e fornitore si dissolve. Chi riceve dati li elabora, li archivia, li combina con altri e nel farlo diventa egli stesso fornitore di nuovi dati, di nuove interpretazioni, di nuove metriche. Ogni azienda, anche la più piccola, è parte di una filiera invisibile e complessa, in cui il prodotto non è più la merce ma l’informazione. Una catena che non trasporta materie prime, ma frammenti di identità digitale.
Ed è qui che entra in gioco la responsabilità. Nella filiera del dato, chi raccoglie informazioni deve sapere da dove provengono, come vengono trattate e a chi verranno trasmesse. Il GDPR ha trasformato questa consapevolezza in un dovere giuridico, ma anche in una grande opportunità che, decisamente, le aziende sembra non abbiano voluto ancora comprendere. Rispettare la norma non significa solo adempiere ad un obbligo ed evitare sanzioni: significa costruire fiducia. Significa poter dire al proprio cliente che i suoi dati sono custoditi con la stessa cura con cui si proteggono i beni di produzione o i segreti industriali. E, a questo patto, possono essere anche ben utilizzati.
A ben vedere, questa attenzione crea valore. Una gestione corretta e trasparente dei dati non è più un vincolo burocratico ma un elemento competitivo. Chi sa raccoglierli legalmente, con il consenso e la consapevolezza delle persone, può usarli in modo più efficace, più mirato e soprattutto più duraturo. È ciò che, quasi per caso, io chiamo Cybermetrica: la capacità di leggere, misurare e utilizzare i dati come materia prima del futuro, a condizione di averli ottenuti con attenzione e nel rispetto delle regole. In questo modo un obbligo diventa un volano proattivo. Ciò che prima era percepito come un peso – la compliance, i registri dei trattamenti, le informative – diventa una struttura di fiducia che permette all’impresa di operare con maggiore sicurezza e di sviluppare strategie basate su dati affidabili.
La filiera del dato, se ben governata, può garantire continuità, prevenire crisi reputazionali e anticipare rischi normativi.
Nell’economia digitale il cliente fornisce valore ogni volta che interagisce, e l’impresa restituisce valore ogni volta che trasforma quel dato in conoscenza. È un ciclo continuo, una catena che non si chiude mai. Capirlo significa accettare che il futuro delle aziende non dipenderà solo dalla capacità di produrre, ma da quella di comprendere. E che ogni informazione, se trattata con rispetto, può diventare la scintilla di un nuovo vantaggio competitivo.
lunedì 29 dicembre 2025
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