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Il danno è fatto. Ora si misura la qualità delle decisioni


giovedì 19 febbraio 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto



Quando il danno si è verificato, la domanda che davvero conta non è più “abbiamo rispettato le norme?”, ma “potevamo e dovevamo pensarci prima?”. E la risposta, ne possiamo essere certi, è quasi sempre un sì. È una domanda scomoda, perché sposta il piano dalla conformità alla responsabilità, e dalla regola alla scelta. Ed è qui che molte organizzazioni entrano in difficoltà. Perché scoprono che, anche avendo policy, procedure, checklist e consulenti, il problema non era giuridico. Era decisionale.

Oltre la conformità formale: la responsabilità come capacità decisionale

GDPR, NIS2 e DORA hanno costruito un sistema normativo sofisticato, ma non hanno mai avuto la pretesa di sostituirsi al giudizio umano. Le norme indicano cornici, obblighi, processi minimi. Non prendono decisioni. Non valutano il contesto. Non leggono le conseguenze. Non misurano la pressione, il tempo, la complessità, l’urgenza.

Tutto questo resta sulle spalle delle persone che governano l’organizzazione. E quando arriva un incidente, ciò che viene giudicato non è solo se una regola è stata rispettata, ma se la decisione che ha preceduto l’evento era ragionevole, consapevole, proporzionata al rischio. Il paradosso è proprio questo: oggi si può essere formalmente compliant e, allo stesso tempo, profondamente fragili sul piano decisionale. Si possono avere documenti perfetti e scelte sbagliate. Si possono avere checklist aggiornate e reazioni disordinate. Si può rispettare una norma e fallire come governo del rischio. È per questo che il danno, quando arriva, non interroga più soltanto il sistema di protezione, ma il sistema di comando.

La difesa dell'organizzazione: tracciare la storia credibile della decisione

La responsabilità moderna non si misura più in modo binario, conforme o non conforme. Si misura nella capacità di raccontare una storia credibile della decisione.

  • Quali informazioni avevamo?
  • Quali alternative erano sul tavolo?
  • Quali rischi erano stati individuati?
  • Perché abbiamo scelto quella strada e non un’altra?
  • Chi ha partecipato alla valutazione?
  • Che livello di esposizione abbiamo consapevolmente accettato?

Questa è oggi la vera difesa di un’organizzazione: non la presenza di un documento, ma la tracciabilità del ragionamento. Un incidente può accadere anche in un sistema ben governato. Ma ciò che espone davvero è l’assenza di una struttura decisionale. Non sapere chi decide. Non sapere entro quanto tempo. Non sapere con quali poteri. Non sapere come coordinare IT, legale, comunicazione, direzione. In quel caso il problema non è l’evento esterno, è il vuoto interno. È la mancanza di una regia.

C’è poi un altro aspetto che le norme hanno reso sempre più evidente: la responsabilità sale verso l’alto. GDPR lo ha suggerito, NIS2 e DORA lo rendono esplicito. Non è sufficiente che “qualcuno tecnico” faccia bene il suo lavoro. La vera domanda è se il management aveva costruito le condizioni perché le decisioni potessero essere prese bene, sotto pressione, in tempi rapidi, con informazioni affidabili. La responsabilità non è più soltanto nell’esecuzione, ma nell’architettura del potere decisionale. E se l’impianto crolla…

Quando oggi un’autorità, un giudice o un mercato osservano un incidente, non guardano solo cosa è successo, ma come l’organizzazione ha reagito. Guardano se c’era una catena di comando, se c’era coerenza tra le comunicazioni, se le scelte sono state motivate, se l’azienda ha dimostrato consapevolezza del rischio che aveva accettato. In altre parole, valutano la qualità del governo, non solo la qualità della conformità. Per questo la domanda “dovevi e potevi pensarci?” non è una domanda morale. È una domanda tecnica e strategica. Significa: avevi costruito un sistema che ti permetteva di decidere bene quando contava davvero? Avevi trasformato la norma in capacità di scelta, oppure l’avevi ridotta a una pratica amministrativa?

La differenza è enorme. Nel primo caso il danno resta un danno, ma la responsabilità è governata. Nel secondo caso il danno diventa la prova che la compliance era solo apparente, perché mancava la consapevolezza. E senza consapevolezza non c’è protezione possibile, per quanto sofisticato sia l’apparato normativo.
Alla fine, il vero punto non è evitare ogni errore. Nessun sistema complesso può farlo. Il vero punto è dimostrare di aver costruito un’organizzazione capace di scegliere, prima che il danno accada, e di rispondere, quando accade, con lucidità, coerenza e responsabilità. 

La vera protezione dei dati non fallisce per mancanza di norme, ma per mancanza di consapevolezza nelle decisioni. Vogliamo pensare ad un esempio che “fa male?
Se mi arriva una sanzione per eccesso di velocità c’è una fotografia che mi inchioda: “Andavi a 180 all’ora in autostrada". Ma se mi arriva qualcosa dal Garante o dalla mia filiera, il messaggio che lo accompagna dice: “Mi hanno detto andavi a 180 all’ora; dimostrami che non è vero.




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