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lunedì 1 giugno 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto

Per anni abbiamo raccontato le fake news come un problema del web, dei social network, degli algoritmi o della politica. Forse abbiamo osservato il fenomeno dalla prospettiva sbagliata.
Le fake news non sono nate con Internet. Non sono nate con Facebook. Non sono nate con l'intelligenza artificiale. La menzogna, la manipolazione e la propaganda accompagnano l'uomo da sempre. Cambiano però gli strumenti e, quando cambiano gli strumenti, cambiano la velocità, la scala e l'impatto. Pensate a quanto ci è piaciuto credere a Babbo Natale.
Il fenomeno non è nuovo e appartiene alla natura umana. Ma i social network hanno amplificato il problema in modo esponenziale, trasformando ogni individuo in un potenziale diffusore di informazioni false o non verificate.
Ed è qui che nasce il vero problema contemporaneo.
Il cittadino non è più soltanto destinatario dell'informazione. È diventato contemporaneamente lettore, editore, commentatore, giornalista e amplificatore. Con uno smartphone in mano chiunque può pubblicare contenuti, rilanciare notizie, creare consenso, distruggere reputazioni, influenzare opinioni e alimentare dibattiti nel giro di pochi secondi.
Abbiamo consegnato a miliardi di persone uno strumento con una potenza comunicativa superiore a quella che, pochi decenni fa, avevano giornali, televisioni e radio. Senza però consegnare contestualmente una formazione adeguata.
E qui si colloca l’evoluzione dell’essere umano, l’evoluzione dell’Homo Sapiens: Homo Googlis. L'uomo che non cerca più: googla. L'uomo che non verifica più: condivide. L'uomo che non approfondisce più: scorre. Non necessariamente per cattiva fede. Molto spesso per velocità, superficialità, desiderio di appartenenza o semplice impulso sociale.
Il problema, infatti, non è soltanto la fake news deliberata. È il comportamento digitale. È la condivisione compulsiva. È il commento immediato. È la trasformazione della velocità in criterio di verità.
L'ambiente informativo moderno è diventato una miscela continua di fatti, opinioni, gossip, contenuti generati dagli utenti, post emotivi e informazioni non verificate. Notizie vere, false e pettegolezzi finiscono per mescolarsi in modo sempre più indistinguibile, in quello che potremmo chiamare un ecosistema dell'informazione contaminato.
Ma c'è un elemento che spesso viene ignorato nel dibattito sulle fake news: la dimensione giuridica della persona.
Perché una fake news oggi non è solo un problema comunicativo. Può diventare trattamento illecito di dati personali, danno reputazionale, profilazione impropria, diffusione non autorizzata di informazioni, violazione della dignità personale o addirittura, incidere, su decisioni economiche e professionali.
Un'informazione falsa associata a una persona può alterarne la reputazione digitale. Un contenuto rilanciato senza verifica può diffondere dati personali. Un algoritmo può amplificare un'informazione errata e trasformarla in percezione collettiva.
Ed è qui che il GDPR smette di essere soltanto compliance. Diventa governance.
Perché il tema non è solo proteggere i dati. È comprendere che dietro ogni dato c'è una persona, dietro ogni profilo c'è un'identità e dietro ogni condivisione esiste una responsabilità.
La vera soluzione, però, non è la censura. Non possiamo impedire all'essere umano di comunicare. Non possiamo costruire una società fondata sul controllo preventivo delle parole. Possiamo però — e dobbiamo — costruire cittadini digitali più consapevoli.
Questo significa partire dalle scuole. Significa inserire nei percorsi educativi, fin dall'età più giovane, una formazione sull'uso responsabile degli strumenti digitali. È quello che è accaduto con il giornalismo, quando la crescita del suo peso sociale ha spinto le università a introdurre corsi di etica, legislazione e deontologia professionale. Qualcosa di analogo va fatto oggi per tutti, non solo per chi fa informazione di mestiere.
Perché oggi tutti fanno informazione. Il problema, in fondo, non è l'algoritmo. L'algoritmo semplicemente accelera.
Il problema è che abbiamo dato a tutti una tipografia in tasca, senza insegnare a tutti a fare gli editori.
E Homo Googlis nasce proprio qui. Non dall'errore tecnologico. Ma dall'incontro tra un enorme potere digitale e una maturità che non è cresciuta con la stessa velocità.
mercoledì 3 giugno 2026
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martedì 2 giugno 2026
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